Nella mia vita e nel mio lavoro l’alimentazione occupa un posto importante. Ti sei mai chiesta che posto occupa nella tua? Con che frequenza riesci a cucinare un buon piatto per la tua cena o per offrirlo ai tuo cari? Il cibo da sempre è molto presente nelle nostre vite: oltre a dare nutrimento ha tanti altri scopi. Esso ha un valore economico, e se rappresenta un dono o un bisogno può essere offerto e ricevuto. Ci sono posti nel mondo in cui non c’è cibo a sufficienza per sopravvivere e  posti in cui l’industria alimentare continua a produrne nelle forme più svariate, dallo slow food alla cucina raffinata, e le persone continuano a mangiare ed a  comprare cibo. Un buon piatto gratifica il palato, soddisfa gli occhi e resta impresso nella mente. Mangiare può farci stare meglio o peggio, dipende da noi!La scienza in merito si è espressa abbondantemente, sostenendo che la nostra salute fisica e psichica è influenzata anche dal nostro stile alimentare o meglio da come viviamo il nostro rapporto con il cibo.

Oggi vorrei raccontarvi qualcosa sull’ anoressia e sulle emozioni ad essa correlate. La definizione è semplice (estrapolate dal DSM5): viene definita anoressia nervosa la presenza di tutti questi criteri contemporaneamente.

  • Rifiuto di mantenere il peso corporeo entro i limiti del normopeso (IBM superiore a 18);
  • Intensa paura di diventare grasso pur essendo in sottopeso, bassa autostima;
  • Distorsione dell’ immagine corporea, rifiuto di ammettere la gravità della perdita di peso;
  • Nelle donne assenza del menarca per almeno tre cicli consecutivi;
  • Negli uomini mancato appetito sessuale;

L’ Anoressia non è l’ unico disturbo del comportamento alimentare, esistono una serie di altre malattie psichiche legate al cibo tra cui la bulimia e i DANAS (disturbi del comportamento alimentare non specifici) che racchiudono qualche caratteristica sia dell’anoressia che della bulimia o di entrambi. Le emozioni giocano sempre un ruolo determinante: obesità e anoressia possono rappresentare 2 facce della stessa medaglia che si esprimono attraverso gli eccessi e le privazioni. Ciò che li accumuna è la non accettazione del proprio corpo e della propria anima nel caso dell’anoressia il sentimento che prevale è quello del RIFIUTO. Dall’osservazione sui miei pazienti ho appreso che chi soffre di anoressia tende a nascondersi o a fuggire. L’obeso occupa spazio, l’anoressico tende ad occupare meno spazio possibile fino ad essere trasparente. Chi soffre di anoressia in molti casi predilige i colori scuri, quando è in compagnia prende posto sulla sedia più vicina all’uscita. I soggetti che hanno questo disturbo tendono a parlare poco e preferiscono ascoltare. Se riconoscono di avere dei problemi con il cibo non verranno mai a cercare un Dietista o un Nutrizionista, lo faranno solo se costretti, magari accompagnati da qualcuno. Sono molto precisi, alla continua ricerca della perfezione, e non sono mai soddisfatti di se stessi. Nella maggior parte dei casi rifiutano l’idea di avere dei problemi, e se ci cercheranno spontaneamente sarà solo per migliorare la loro performance atletica o per accentuare la magrezza che rappresenta per loro un forte status simbol. Luis Bourbeau nel suo libro “le 5 ferite e come curarle” identifica questo comportamento con l’atteggiamento o maschera (come lei lo definisce) del FUGGITIVO. La più grande paura di questa persona è quella di essere colta improvvisamente dal panico. Il fuggitivo evita di attaccarsi alle cose materiali perché queste gli impedirebbero la fuga. Il suo sguardo e la sua attenzione va verso il mondo intellettuale e spirituale attraverso il quale il suo rapporto con la realtà non è più sul piano fisico ma sul quello mentale. Li si sente meno esposto e quindi al sicuro. L’alimentazione per queste persone e qualcosa di cui si può fare a meno, presi come sono dalle loro mille  attività il cibo diventa una perdita di tempo. Il pasto per il fuggitivo è un momento di forte disagio, tendono a mangiare prevalentemente zuccheri semplici e pasti veloci (cioccolato, cracker, frutta) non amano restare a tavola a lungo e sentirsi osservati mentre mangiano. Consumano spesso il pasto in piedi o sono impegnati in altre attività mentre mangiano. Il cibo rappresenta una filosofia di vita più che un esigenza del corpo. Tutti questi sintomi e segni possono essere sfumati o più evidenti, ciò che li accompagna in ogni caso è la sensazione di non sentirsi mai appagato. Dalla mia esperienza ritengo che in questi casi il primo passo da fare e riconoscere di avere dei problemi legati al comportamento alimentare. L’avvicinamento ad un’alimentazione adeguata dovrà essere guidata da figure specializzate e sarà un percorso graduale, un viaggio attraverso delle sensazioni nuove. L’alimentazione sarà finalmente vista come una fonte di appagamento sensoriale ed emotivo. La realizzazione di piatti saporiti sarà il mezzo attraverso il quale una persona riconoscerà la realtà sul piano fisico e sensoriale.

Il superamento della ferita attraverso il rapporto con il cibo è il primo passo verso la felicità!